IL REBETIKO

 

 

 

Nata con la Katastrofì del 1922, quando milioni di greci furono cacciati da Smirne e Istanbul in seguito a una disastrosa guerra con la Turchia, la musica rebetika ha rappresentato la colonna sonora identitaria di un popolo perseguitato, oppresso, sottomesso, eppure dall’anima orgogliosa e ribelle, allergica alle regole. L’anima di un popolo sempre pronto a trasformare la tragedia in fatalismo e in danza.

 

Le radici del Rebetiko affondano nei ghetti delle città e nelle vicissitudini del sottoproletariato urbano. Nulla a che vedere con la musica rurale, delle isole o del folklore. Vietato dalla dittatura di Metaxas per i suoi forti contenuti ribelli, il rebetiko si suonava al buio delle taverne e della notte; si ballava senza sorridere; si consumava come uno stordimento dei sensi, accompagnato da vino e hashish. E’ stato definito il blues ellenico perché come il jazz non è solo un genere musicale, ma è prima di tutto un modo di affrontare l’esistenza. Nel rebetiko si entra attraverso la porta stretta della povertà; attraverso uno stile di vita intrinsecamente anarchico dove il canto serve a esorcizzare la mancanza e a mettere in comune i propri dolori in un rito cui partecipano solo gli adepti del culto. Rebetiko, come il jazz delle comunità afroamericane degli inizi del Novecento, è ribellione, un desiderio insieme di affermazione e di perdizione.


Un modo di vivere non convenzionale, finché c’è ouzo, retsina e narghilé, poiché tutto il resto è andato perduto. Così il rebete è tornato ad essere il ribelle, il guappo e l’anticonformista in cui oggi si identificano anche le giovani generazioni che alle fabbriche tedesche preferiscono le taverne, il vino, l’amore, l’hashish e il narghilé. Non c’è taverna, nell’Atene di oggi, a Salonicco o nella più piccola isola dell’Egeo, dove dopo la mezzanotte gli uomini, sospinti dall’ouzo, non si mettano a danzare assieme ai loro vecchi le antiche danze come il hasapiko. 


Le canzoni rebetike sono storie vere di amore maledetto, disavventure della vita, passione per danza, vino e narghilè, e trovano espressione in musiche dove i ritmi dell’allegria si alternano alle melodie melanconiche in un viaggio che si snoda fra Istanbul e Atene; Smirne e Salonicco, fondendo insieme sonorità orientali, balcaniche, ebraiche.  É il “virus di una grecità eccentrica” ha scritto Moni Ovadia, che ha trascinato con sé ogni tipo di cultura esule e meticcia così come il jazz ha incorporato nel suo linguaggio il ragtime, il blues, la musica leggera e quella colta mescolandosi con tutti i generi musicali come il samba, i ritmi caraibici, il rock.

 

 

 

 

La storia del rebetiko.

Il documentario di Kostas Ferris

Moni Ovadia parla del rebetiko

Il rebetiko secondo Thomas Künstler

santa spignella
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 I disegni di Nikos Nikolopoulos